Mattia sotto il temporale estivo

Mattia sotto il temporale estivo

Mattia aveva ventitré anni, ma se glielo avessero domandato avrebbe risposto che la sua età era composta dai primi due numeri primi. Poi si sarebbe aggrappato alle espressioni facciali di chi gli stava di fronte per collocarli in una delle due categorie — chi pensava che uno fosse un numero primo, e chi conosceva almeno i rudimenti della matematica.

Per Mattia tutte le cose avevano un ordine. Non era quasi mai l’ordine insito nella natura delle cose e non aveva necessariamente il carattere dell’ordine. Se qualcuno fosse riuscito a guardare il mondo da dietro i suoi occhi, avrebbe capito che per Mattia tutti gli oggetti avevano un posto, e a volte anche le persone.

I libri andavano in ordine alfabetico per cognome dell’autore, sempre; esistevano i cucchiaini per il tè, quelli un po’ più piccoli per il caffè e quelli un po’ più grandi per il latte; ovunque andasse, si sedeva nello stesso posto; il signor Munari lo salutava tutte le mattine dal bar davanti alla fermata dell’autobus e lì tutte le sere lo aspettava, ma questa volta non lo salutava perché aveva già bevuto un bicchiere di troppo; nel suo armadio sfilavano t-shirt, felpe, camicie, maglioni di sfumature diverse di un unico colore — blu, come il drappeggio che avvolge le stelle.

Quando aveva gli anni formati dal primo numero primo a doppia cifra, Mattia aveva deciso che da grande avrebbe fatto l’astronomo. Aveva accarezzato l’idea per la prima volta sdraiato sulla coperta verde di un prato di montagna, mentre sua madre accanto cercava di insegnargli a riconoscere le costellazioni di una notte estiva. Lo aveva deciso cinque estati dopo, abbracciato a quella stessa coperta intrisa di profumo di erba e di sua mamma, quando osservando da solo quell’incombente vuoto senza misura, aveva realizzato che l’unica cosa della sua vita a cui non riusciva a trovare un ordine erano proprio le stelle.

Quella mattina si svegliò con gli occhi puntati sul cielo candido della sua stanza, sdraiato in un letto che sembrava già rifatto, perché Mattia manteneva le cose al loro posto anche quando dormiva. Un raggio polveroso si era fatto strada attraverso una feritoia della tapparella, doveva essere una assolata giornata di luglio, la più calda dell’estate, l’avevano annunciato alla televisione. C’è un sole che spacca le pietre, avrebbe commentato suo nonno che come tutti i vecchi parlava solo per proverbi e metafore.

Mattia non lo sapeva mentre si infilava la maglietta azzurra, mentre ricambiava il saluto del signor Munari che spolverava il suo secondo cornetto, mentre saliva sull’autobus. Non lo sapeva che quella sarebbe stata una giornata fuori dall’ordinario.

I primi sintomi si palesarono al suono di un tuono ruggente che per un attimo zittì il brusio dei pendolari sul pullman: nessuno aveva l’ombrello, in fondo doveva essere il giorno più caldo dell’estate. Mattia odiava con ferocia gli imprevisti, ma lo avrebbe dovuto prevedere, lo sapeva che non bisogna mai fidarsi degli astrologi, ché di mestiere si camuffano da meteorologi e taroccano le stelle per predire il tempo, non solo il destino.

Avvistò il secondo sintomo in un’aula dell’università, sulla sua sedia: era un nido di capelli rosso Matisse. Pronto a reclamare ciò che gli apparteneva, affiancò il nido e, abbassando lo sguardo, Mattia provò per un istante l’ebrezza che doveva aver colto le costellazioni quando un sedicenne non era riuscito a riconoscere il loro posto nell’universo. Quella notte le stelle non si erano sentite immutabili, eterne, fisse.

Rebecca aveva l’aria di una che apriva gli occhi ai rumori dell’alba, di chi si svegliava tra lenzuola ferite da pieghe di battaglie perse. Lo si vedeva nel suo sguardo deciso e seccato, che gli scontri notturni coi propri demoni Rebecca li perdeva tutti, ma non quelli con la vita. Si intuiva dal volto scolpito, che guardava il mondo come viveva la propria vita — senza radici, in perenne moto. Lo si intravedeva tra i sorrisi amari, che era una di quelle persone destinate a non restare. Ed era bella, bella come i temporali estivi, e ugualmente inattesa, ugualmente fulminea.

Rebecca sconvolse l’ordinato universo di Mattia per quel che restava dell’estate. Insieme si addormentavano su trapunte terrose, osservando silenziosi l’inerzia delle stelle, l’una sfuggendovi, l’altro tendendovi. Si svegliavano in grovigli di capelli, di parole, di baci.

L’equinozio d’autunno arrivò e si portò via Rebecca, lasciandosi alle spalle un Mattia ancora addormentato su un letto che sembrava già rifatto.

Quella stessa mattina di fine settembre il signor Munari, seduto al bar, quasi si strozzò con il suo secondo cornetto alla vista del ragazzo che aspettava l’autobus: indossava una maglia rossa, precisamente, rosso Matisse.

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