Dona, verso la fine

Dona, verso la fine

Dona, verso la fine ti chiedi sempre cosa avresti potuto fare di diverso per cambiare il corso degli eventi. E io da qualche giorno mi chiedo se saremmo ancora a casa se l’avessi convinta a fare la chemioterapia, a fare la protesi all’anca, a chiedere un secondo parere, a insistere con gli oppiacei. L’unica certezza che ho è che in tutti questi anni non mi ha mai sfiorato l’idea che potesse morire. Nella mia testa era una possibilità così vaga, così remota, da non esistere.

Dona, invece, era preparata alla morte più di quanto mi aspettassi. Mi ha sconvolto scoprire che aveva un cassetto in cui teneva gli abiti per un ricovero finale. Mi ha sconvolto il fatto che non lo sapessi, ci dicevamo tutto. Sapevo invece quale fosse la fotografia che voleva sulla tomba. Nadi, guarda che è nel primo cassetto.

In questi giorni  mi è sono guardata dentro e mi sono resa conto di non sapere quanto del mio carattere fosse davvero mio e quanto fosse stato plasmato da Donatella e Giorgio. Allora, inevitabilmente, mi sono trovata a pensare agli anni belli, ai ricordi più felici che abbiamo condiviso. Sono molti, sono i ricordi di tutta la mia vita, degli ultimi vent’anni, ma ho cercato di fare una cernita, per ricordarmi chi era Donatella, per ricordarmi chi era per me.

La prima volta che l’ho vista avevo più o meo sei anni, e ho pensato che fosse molto giovane. Ho continuato a pensare che fosse troppo giovane anche quando è morta. Sembrava così giovane che per anni, da bambina, ha convinto me e le mie amiche di avere 42 anni. Sulle sue torte di compleanno c’era sempre lo stesso numero di candeline. 

Abbiamo legato subito. In quei primi mesi, a cena, mentre Giorgio faceva statuette con la mollica del pane, Dona mi insegnava ogni sera 10 parole nuove in italiano. Tutti i weekend andavo a dormire da loro. Non ero ancora capace di leggere, ma lei si sedeva sulla poltrona a fiori della cameretta e mi leggeva le favole. Ovviamente, solo favole femministe.

La mattina mi svegliavo, prendevo il mio cuscino e andavo sul lettone. Li trovavo sempre a leggere, fianco a fianco, e più tardi mi sarei unita anche io con i miei romanzi. A un certo punto Giorgio si alzava, andava in cucina e tornava a letto con il vassoio blu della colazione. Se era estate o primavera Dona e io lo guardavamo dalla finestra, mentre con gli zoccoli di legno e il cappello andava a togliere gli ascellari ai pomodori. Nemmeno so cosa siano gli ascellari dei pomodori, ma era una cosa su cui lo prendevamo sempre in giro.

Le sere d’inverno Giorgio bruciava le castagne sul camino e sceglievamo a caso una videocassetta dalla collezione de l’Unità. 

Sono stati gli anni in cui Donatella e Giorgio mi hanno trasmesso le loro passioni più grandi, che poi sarebbero diventate le mie — un certo tipo di letteratura, di cinema, la politica. 

Le nostre estati ad Aldino si dividevano tra lunghe passeggiate, merende nelle malghe, Giorgio che si fermava ore per scattare una foto, Donatella che mi guardava alzando gli occhi al cielo perché ogni estate erano le stesse foto. Abbiamo album interi delle foto che Giorgio scattava ai crocefissi, ai profili delle stesse montagne.

Adoravo il loro modo di prendersi in giro. E negli anni, ogni volta che Dona mi diceva che ero troppo snob in fatto di fidanzati, le ricordavo che era colpa loro se avevo delle aspettative troppo alte. 

Il soprannome di Giorgio per lei era Ciccia. Se l’avete conosciuta dopo la morte di Giorgio, dovete sapere che Ciccia era una persona molto diversa dalla Donatella degli ultimi 10 anni. Era una persona solare, che rideva con più facilità, prendeva la vita con più leggerezza. Ciccia era una donna sbarazzina, con gli occhiali rotondi, lo zainetto sempre sulle spalle, e i vestiti colorati. Ciccia diceva che se avesse avuto figli non sarebbe stata mai una madre come tutte le altre, eppure, quando una volta mi ha svegliata nel cuore della notte perché aveva paura che mi cadesse in testa lo scaffale sopra il letto, ho pensato che sarebbe stata una madre esattamente come tutte le altre. 

Le nostre cene d’estate in giardino le ricordo con parecchia nostalgia: Donatella era una perfetta padrona di casa, una di quelle persone che non serve agli ospiti i salumi per antipasto. No, lei si metteva sullo sgabello della cucina e sfogliava le Cucine Italiane degli ultimi dieci anni, per poi portati a tavola tartine, patè, arrosti che sembravano usciti da delle riviste. Erano gli anni in cui io e Nagiua, prima che iniziasse la cena, facevamo gli spettacoli sotto il prugno. L’anno in cui Giorgio mi ha costruito l’altalena per consolarmi delle mie prime mestruazioni.

A me è sembrato di perdere Donatella due volte, la seconda domenica, la prima quando è morto Giorgio. Ero piccola, avevo dodici anni, ma i suoi pianti notturni mi hanno insegnato cosa significa perdere l’amore della propria vita.

Dona è stata la donna che mi ha accompagnato al primo giorno di scuola elementare, medie e liceo. È lei che è venuta a prendermi dopo il mio orale di maturità per portarmi fuori a pranzo e dirmi, È finita. 

Quando le è sono state diagnosticate le metastasi alle ossa, ho pensato che sarebbe vissuta ancora a lungo. Non erano organi vitali e lei avrebbe lottato. 

In questi giorni molti mi hanno detto, Ha finito di soffrire, Finalmente riposa, Ora i dolori non la tormentano più. Non sono frasi che mi consolano perché Dona ha sofferto molto nell’ultimo decennio, fisicamente e psicologicamente, ma era viva. Ci vedevamo ogni giorno, le parlavo, discutevamo di libri e politica, le davo la buonanotte ogni sera. Era viva.

Niente mi consola in questo momento, se non un’immagine, un’idea.

Ho questo ricordo della mia infanzia. Donatella si era rotta un polso cadendo dalle scale. Non avevamo detto nulla a Giorgio per non spaventarlo. Quella sera eravamo a cena da sole, quando è suonato il campanello. Dona è andata ad aprire mentre io mi sono affacciata dalla cucina. Sulla soglia c’era Giorgio con un’orchidea in mano perché era il loro anniversario, aveva gli stivali infangati e i vestiti da caccia, e guadava Dona e il suo braccio ingessato con un misto di preoccupazione e gioia. 

Ecco, non so se esista un paradiso, ma nell’aldilà, da qualche parte nel mondo, nell’universo, io immagino che Giorgio stia aprendo una porta e si trovi davanti Dona, e che la guardi preoccupato perché significa che non è più qui con noi, con me, che la guardi con gioia perché sono finalmente insieme. Questa, forse, è l’unica cosa che mi consola in questo momento.

Ciao Dona, già mi manchi.

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