Cittadinanza

Cittadinanza

da BookCity Milano 2021

La porta d’ingresso si chiude alle mie spalle senza che io abbia staccato gli occhi dallo zerbino in piedi e arrotolato nell’angolo. Mi ricorda che è giovedì: i bidoni del vetro sono fuori dal palazzo, piazzati dietro la mia sporca Ford Fiesta, incastrata tra quelli e ilSuv del cornuto del secondo piano. Dovrò fare venti manovre per tirarla fuori. Il tappetino in piedi e arrotolato significa che ora chiamerò l’ascensore e quello cigolerà portandosi al piano un mocio e il secchio rosso dell’acqua che deve ancora annerirsi con il sudiciume settimanale delle scale. Significa soprattutto che il ragazzo filippino che fa il civico 84 di Via Ferrante Aporti, nonché il successivo 86, è giù in cortile, non ad aspettare me, ma che i netturbini si por- tino via il vetro lasciando sul marciapiede i bidoni da risistemare nel cortile condominiale.Quando lo vedo allinearli nel cortile, ritorno sempre a mia madre.

Milano, 2000
Il caldo dell’estate era penetrato con un raggio polveroso che si stava facendo strada attraverso una feritoia della persiana. Yamuna lo uccise sul nascere spa-lancando le finestre e, indossati i guanti di un giallo così acceso che sembravano destinati solo a faccende piacevoli, si preparò a fare il clistere alla vecchia che ancora dormiva ignara. Novant’anni, e ancora non accenna a schiattare. Non era trascorso nemmeno un anno da quando Saman — o Jude, a quel punto non faceva davvero più alcuna differenza — l’aveva lasciata alla sua nuova vita, ma questa aveva già finito per inasprirla. A dir la verità, passava dall’essere incredibilmente grata per i padroni che aveva e lo stipendio che le davano al sentirsi un elettrodomestico la cui esistenza, di umano, aveva ben poco. Quella sera la vecchia l’aveva svegliata tre volte. «Senta lei» aveva gridato nel cuore della notte, facendola balzare sul letto, «io devo andare al gabinetto.» Non aveva nemmeno avuto il tempo di scuotersi il sonno da dosso che quella, dall’altra parte della stessa stanza che condividevano, aveva continuato: «Guardi che ionon posso mica aspettare». Si era allora affrettata a tirare giù le gambe a quel corpo non collaborativo, superbo e che per di più pesava 70 chili morti. Per tre volte aveva aspettato davanti al water, in camicia da notte entrambe, che espletasse i suoi bisogni immaginari per constatare che, in effetti, non c’era af- fatto bisogno di tirare lo sciacquone. Al quarto grido, era quasi l’alba. «Torna a dormire, tranquilla» le aveva detto. Ora però, spostandole le lenzuola per il clistere mattutino, si era resa conto di aver fatto un errore di valutazione. Se non altro c’era la traversa sul letto.

Eccola. Tutti i giovedì alle nove, minuto più o minuto meno, se ne esce dal portone con il suo buongiorno in gola, già insalivato dipietismo. Le esce dalla bocca con più interesse di quanto sia abituato a ricevere, mentre sento il suo sguardo scivolare dalla scopa tra le mie mani al lugubre ma pratico nero dei miei vestiti. È stra- niera, eppure la sua idea di lavoro è chiaramente bianca: cometutti gli italiani, ci pensa in termini di piacere o ambizione — un po’ come il volontario fuori da Santa Maria del Carmine. «Che la- voro ti piacerebbe fare?» gli aveva chiesto una mattina dopo la messa domenicale. Ryan lo aveva guardato bene, era un po’ diverso da tutti gli altri bianchi, con i suoi rasta. Per il resto: pantalone cargo, marsupio intorno alla vita, una maglietta trasandata il giusto, che non era sicuro se fosse più vittima del tempo o del ben studiato marketing di qualche prêt-à-porter. Insomma, questo gli aveva at- taccato un pippone sul come la prima generazione di immigrati incoraggi i figli italiani a fare gli stessi lavori dei padri: venditori ambulanti, portinai, proprietari di alimentari. Chiamali scemi: buone entrate, o una casa, o un contratto a tempo indeterminato. Ci aveva chiac- chierato un po’ con quel dottorando in Antropologia delle migrazioni — che studiava, sostanzialmente, quello che Ryan aveva vissuto, per poi dirgli come avrebbe potuto farlo meglio. «E tu, tu che cosa vorresti fare dopo il dottorato?» Gli aveva attaccato un altro pippone sulla concezione hegeliana del lavoro come strumento di autorealizzazione.
Il lavoro non è un sogno da realizzare, è solo un mezzo. Si fa ciò che si è, direbbero i privilegiati. Be’, se lavare quattro piani di scale bisbigliando Buongiorno, signora — anche a quella nera —, lo rendeva l’ennesimo filippino di quella città, che continuassero pure a pensare che il lavoro nobilita.

Entro nel caffè cinese, che ormai è quasi una perissologia, immaginando Ryan che attiva di nuovo il microfono per riattaccare a parlare in quella lingua sussurrata con la fidanzata a Manila. In realtà la fidanzata vive a Segrate, ma a Ryan piace comunicarecon lei in un idioma sordo ai condomini che saliscendono le scale. «Un caffè» dico a Rita. «Anche un cornetto» aggiungo sedendomi.

Il giovane uomo davanti al Simply l’aveva vista con la coda dell’oc- chio entrare nel bar cinese dall’altra parte della strada. Era bella, quella cameriera, Rita, che lo guardava senza tradire il disprezzo mentre cercava nella borsa piena di monetine l’importo esatto di due euro e sessanta centesimi per pagarsi la colazione. Sai che spasso se fosse andato in un bank a farsi cambiare in un bigliettone cinquanta mo- netine da non più di un euro l’una. Invece Sameera del Moneytransfer in Viale Monza si teneva, sì, una bella commissione, ma almeno non lo guardava con la puzza sotto il naso. No, Sameera si com- portava come uno per cui i soldi erano soldi, se te li eri guadagnati onestamente. E chi lo diceva che chiedere l’elemosina fuori da un supermercato non fosse onesto? Certo, «non hanno voglia di la- vorare questi nigeriani», bofonchiava sempre qualche vecchio, ma lui era senegalese e non si sentiva minimamente toccato da quelle invettive. Ormai lo chiamavano così nel quartiere ’lnigeriano, tutto attaccato, persino lui pensava a se stesso con quell’appellativo, e se non fosse stato per quella microscopica dicitura sul permesso di soggiorno che rinnovava ogni sei mesi, avrebbe anche potuto dimenticarsi di com’era invece conosciuto all’anagrafe.
Gli dispiaceva però non essere quel tipo di immigrato che paga le pensioni agli anziani. Lo aveva letto appena arrivato a Milano, Il lavoro straniero vale 10 miliardi e paga le pensioni a 620 mila italiani. Se mai si fosse avventurato dalle parti del sagrato di Santa Maria del Carmine, avrebbe voluto essere ’lnigeriano a cui il volontario diceva: «Io non ho un cazzo di lavoro vero, e lo dico ai miei amici, glielo dico che sei tu che paghi la pensione a mia madre». Sarebbe stato familiare, in maniera quasi confortante, sapere che in Africa come in Europa un nero ha sempre lavorato e sempre lavorerà per il benessere di un bianco.

«Caffè, brioche» enumera Rita piazzando i rispettivi piattini pericolosamente vicini al pc già aperto. «Già lavori?» mi chiede. «Mmh, mmh» annuisco. Questo teatrino si ripete ogni giovedì: lei che dissimula il suo disinteresse per ciò che scrivo, e io che faccio finta di non sapere che, per le donne come Rita, che sono le donne come mia madre, «lavoro creativo» è un’antinomia fatta e finita. Ritorno allo schermo del portatile e penso che oggi l’unico accen- no di colore nell’abbigliamento di Ryan erano i guanti di lattice gialli.

Milano, 1998
La prima volta che Yamuna aveva visto i suoi datori di lavoro, i «siniori», le erano sembrati bellissimi — insomma, erano così bianchi. Nemmeno sua so-rella minore, la penultima delle cinque figlie, che tutti consideravano incantevole — una bellezza coloniale — era tanto bianca.
«Bongiorno siniora» aveva mormorato, anche se stava già calando il buio dell’inverno. Non si era rivolta a lui perché le faceva paura: prima di partire sua madre l’aveva chiamata una volta al giorno dal telefono nella bottega in paese per descriverle l’ultima forma di tortura che avevano subito i servant in Saudi Arabia, diceva che glielo avevano raccontato le amiche che erano andate a bere il tè e masticare il betel nel pomeriggio. Sedute in veranda sulle poltrone di mango e vimini, con i denti rossi di bulath avevano detto a sua madre di quella povera donna a cui i padroni, per darle il benvenuto, avevano ritirato i documenti e bruciato la mano; c’era poi quell’altra — «Questa l’ho sentita alla radio ieri mattina» aveva cominciato una mentre si alzava per sputare lontano, verso le risaie, la saliva rossastra che tutto quel masticare aveva prodotto in bocca. «La poveretta, tornata qui sull’isola, ha mostrato a tutti le radiografie di quando i padroni le hanno sparato i chiodi nelle braccia.»
«Quelli sono mostri» aveva tentato di rassicurarla lei. «In Italia è diverso.»

Eppure, davanti a quell’uomo alto quasi sei piedi e mezzo, grande, grosso e con la barba, aveva constatato che la paura di quelle atrocità le si era infilatanelle ossa. Per settimane, dopo, aveva continuato a controllare ogni sera che il passaporto, insieme alla diffidenza, fossero dove li aveva nascosti la mattina— in fondo al cassetto dei maglioni. Forse in Italia era davvero diverso, ma i padroni erano uguali dappertutto.

Quando alzo lo sguardo dal pc, è passata quasi un’ora, e dall’altra parte della strada Rebeca sta spingendo dentro al Simply la carrozzina della Signora Mozzali. Persino ’lnigeriano si faceva da parte senza allungare la mano per la moneta. Erano ormai due anni che Rebeca se la portava sempre dietro, da quando la demenza senile era diventata un’ospite persistente nella figura accartocciata dell’ottantenne. Lasciarla in casa da sola anche cinque minuti era diventato impossibile, o almeno questa era l’impressione dei vicini che la vedevano una mattina sì e una no uscire dal portone di Via Venini. Uno dei motivi per cui era ormai un’assidua fre- quentatrice del supermercato erano i detersivi. Sissignora, i detersivi. Bisogna dire che la Signora Mozzali era ossessionata dalle pulizie anche prima, ma da quando non ci stava più con la testa esigeva dalla badante, che arbitrariamente chiamava Maria, di potersi ri- specchiare sulle superfici della casa.

Ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di malsano nell’ossessione per la pulizia degli italiani ricchi, prevaleva soprattutto il sadismo nell’assumere, spesso senza contratto, qualcuno, spesso nero, che possa fare al posto loro lavori che a loro fanno schifo (pulire il filtro della doccia da grovigli di capelli e sporco); che non avevano più tempo o voglia di fare (imboccare con pastine e formaggini le bocche sdentate di genitori diventati protuberanze fastidiose); che erano superflui, ma diventavano inderogabili quando si aveva il lusso di una serva (lavare le persiane in pieno inverno). È una borghesia progressista che passa dal dire «Le pago persino i contributi» al twittare della sicurezza sul lavoro quando la peruviana che passa lo sgrassatore sui vetri esterni cade dal quinto piano. «Ati yantam mama bima ahala inne. Grazie al cielo vivo al piano terra.» diceva sempre mia madre. In verità, a viverci era la vecchia, leisemplicemente abitava in casa sua, giorno e notte.

Milano, 1998
Suo marito l’aveva lasciata poco prima davanti a quell’incombente villa a due piani. «Citofonare karanna» le aveva detto facendo cenno ai pulsanti sul muro, ma poi aveva proceduto a suonare lui stesso. Prima di arrivare qui, non aveva mai visto un citofono, non conosceva neanche una parola diversa da quella per identificare l’oggetto nella sua lingua. Sull’isola le case circondate da cancelli li avevano solo i ricchi, e anche allora, ad annunciare il loro status aveva sempre e solo visto un semplice campanello.
«Chi è?» aveva domandato una voce graffiata dalle griglie di metallo dell’interfono. «Sono Jude, siniora» aveva risposto Saman. Ai padroni piaci sempre di più se hai un nome che riescono a pronunciare senza sforzo, a volte te lo danno loro, come sono abituati a fare coi cani, ma se vuoi risparmiarti l’umiliazione di un’identità mal assegnata, è meglio che te lo scelga tu. Saman, da indegno buddhista, aveva deciso di ribattezzarsi Jude. Mentre osservava il sorriso facilmente servile, da indiano, che si faceva strada sul suo viso alla vista della madam che veniva loro incontro, si era chiesta se per quest’uomo volubile, sempre pronto a sparire — in un ultimo bicchiere, su un altro aereo, in un’altra donna — valesse la pena di vivere a due continenti di distanza dalla propria vita. Ci sono cose che l’amore ti convince a fare, che altrimenti mai avresti neppure pensato. Sposare Saman era una di quelle. Allora non sapevo di Jude. Le avvisaglie c’erano già state però.
Dopo i convenevoli, lui l’aveva abbandonata lì, nelle mani di due estranei, resa muta da una lingua che non conosceva, sola in un luogo di cui non sapeva nulla, ai piedi la stessa valigia che aveva comprato, la prima, per il viaggio in aereo, il primo. Niente denaro in tasca, se non il biglietto obliterato del tram e il resto di cinquemila lire che aveva ricevuto dall’edicolante. Lei, con la speranza in gola, si era lasciata ferire l’udito dal suono calante degli scarponi dell’unica persona che conosceva in quel paese, aveva poi sollevato il trolley prima che lo potesse fare il padrone, ed era scivolata incerta dietro il passo risoluto dei due. Se Jude si fosse voltato a guardarla, avrebbe visto la nuova domestica dei Fiamengo seguire i padroni oltre l’ingresso. Se Saman si fosse voltato, avrebbe visto la donna che aveva sposato sette anni prima stringersi in una giacca anni Ottanta, troppo vecchia perfino per essere vintage e sollevare, caparbia, una valigia contenente tutto ciò che possedeva. Era leggera.

Saman sarebbe tornato, si era detta, Jude però camminava già verso un’altra partita, un altro whisky, un’altra vita, e insieme a lui si dileguava tutta la giovinezza di mia madre. Non aveva ancora trent’anni.

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