5 riviste americane da scoprire in quarantena

5 riviste americane da scoprire in quarantena

C’è poco da fare: il Coronavirus ci impone di restare in casa, e abbiamo così tanto tempo libero che quasi non sappiamo cosa farcene. Ecco allora una lista di 5 riviste americane non scontate che puoi leggere per non annoiarti in questo periodo di lockdown.

The Atavist Magazine, il giornalismo narrativo e multimediale

Atavist è stata la scommessa di due giornalisti e un designer. Non è solo una rivista è anche una piattaforma editoriale (che è stata recentemente acquisita da Automatic, la compagnia che fa capo a WordPress, per intenderci). Non è Facebook, ma è la solita storia di quattro — okay, tre — geek che hanno avuto un’ottima idea.

Il magazine è nato come risposta all’interrogativo che era il futuro del giornalismo online negli US. Pubblica un solo pezzo non-fiction al mese e tutti gli articoli sono formati oltre che da testo, anche da audio, immagini, video, mappe. Atavist è una rivista che si occupa di giornalismo multimediale e narrativo, e la qualità è pazzesca. Non a caso è stata ogni anno finalista al National Magazine Award, gli Oscar delle riviste americane.

La rivista propone così tante storie belle (sì, anche esteticamente) che scegliere può essere disorientante. Se volete un consiglio, io comincerei da qui o da 52 Blue. Valutate l’idea di abbonarvi, approfittando dello sconto del 50%, perchè potete leggere solo 3 articoli gratis.

The Believer, il potere della critica letteraria

Quello che adoro di più di questa rivista americana è il suo design, ideato da Dave Eggers, scrittore e fondatore di un altro magazine, Timothy McSweeney’s Quarterly Concern (un altro progetto incredibilmente creativo, — ma ho titolato 5 riviste americane, e 5 saranno).

“In ogni numero i lettori troveranno giornalismo e saggi che sono spesso molto lunghi, recensioni di libri che non saranno necessariamente puntuali, e interviste intime, schiette e anche molto lunghe”.
Una delle rubriche più famose di The Believer è Stuff I’ve been reading, tenuta da Nick Horby. È anche una delle rubriche più importanti se consideriamo che l’intento originario della rivista era quello di dare centralità alla critica letteraria, un genere che stava scomparendo dal panorama culturale — nella sua versione più autentica almeno.

“In un mondo perfetto, o quantomeno dorato, la recensione di un libro potrebbe aspirare a questioni più nobili, estranee alla pubblicità o alla moda: una recensione potrebbe sperare di servire la cultura.”

Heidi Julavits, nel primo numero di The Believer.

The Believer pubblica due numeri al mese, ma molti contenuti sono disponibili online, e dal sito potete accedere gratuitamente a tutto l’archivio della rivista. Li trovate anche su Instagram.

Longreads, il meglio dello storytelling

Fondata ormai quasi un decennio fa, Longform è specializzata, come ci dice il nome, in testi lunghi, ma sotto il titolo di ogni pezzo originale sono sempre indicati la lunghezza e il tempo di lettura. Così, potete scegliere più facilmente cosa leggere subito e cosa salvare per un secondo momento. Dentro ci trovate un po’ di tutto: fiction, profili, saggi, news.

Longreads è una rivista americana che è iniziata come un hashtag su Twitter. Ancora oggi potete condividere un pezzo lungo con la community del magazine commentandolo con #longform, poi gli editor valuteranno se pubblicarlo o meno sul sito. Longreads è quindi un mix tra un contenitore di storie e un publisher di pezzi originali. Una delle cose che più mi piace è il suo verticale che ogni settimana seleziona i migliori pezzi che circolano su internet. È molto utile per scoprire nuove riviste americane e leggere autori diversi.

Il longform è un formato che fino a non molto tempo fa era nativo cartaceo. Chiunque nel primo decennio degli anni 2000 ne avrebbe predetto la morte per mano del giornalismo online. Invece, contro ogni aspettativa, hanno trovato la loro fetta di amatori sul mercato dell’informazione digitale, finendo per diventare un formato cult.
Disclaimer: a volte si sacrifica il contenuto per la forma. Potreste leggere delle stronzate, ma sono stronzate scritte benissimo.

Potete seguire Longreads su Instagram.

n+1, la radical chic delle riviste

Quando si fonda una rivista, bisogna chiedersi sempre È necessaria?, e questa domanda è stata posta anche a n+1 da quanti la ritenevano troppo elitaria e realizzata da ragazzi troppo giovani. Vi dico che all’epoca, nel 2004, gli editor erano poco meno che trentenni: non possiamo lamentarci di quanto sia vecchio l’ambiente intellettuale — o l’industria culturale — e poi stroncare un progetto perché giovane o inesperto.
Il tempo ha poi dato ragione ai fondatori.

Il magazine si apre sempre con la sezione The Intellectual Situation, una critica dell’attuale scenario intellettuale americano. Continua con le parti dedicate alla politica, a essays e fiction, e recensioni (di libri, film, o persone). Viene stampata tre volte all’anno, ma alcuni contenuti sono solo online, altri sono bloccati da paywall.

n+1 è una rivista basata sulla teoria critica. Per esempio in uno dei primi numeri hanno criticato New Republic, editoriale a cui ha risposto piccato il critico letterario James Wood: come avevo detto su Instagram parlando delle riviste americane, la critica letteraria è gossip tra intellettuali. Per questo è tanto divertente da leggere (o forse è solo la mia discutibile percezione di humor).

The Baffler, un po’ di politica

È uno dei magazine che ha ispirato i fondatori di n+1, già questo vi dà un’idea della sua linea editoriale — di sinistra, pungente, culturale. Nata alla fine degli anni ’80, tra quelle che ho citato, è la rivista più vecchia (a proposito, l’ho già detto che è di sinistra?). Grazie al cielo è stata capace di reinventarsi prima che finisse dimenticata.

The Baffler ha un ampio spazio dedicato alla critica politica e una sezione riservata a racconti e poesie.
Stampa sei numeri all’anno e pubblica quotidianamente contenuti online. Il tutto condito con una punta di irriverenza e satira.

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